Non era previsto che sopravvivessero: invecchiare in un rifugio antispecista

Penelope è una suina di razza Large White, quella classica “di allevamento”, la cui origine è frutto di incroci mirati e di selezioni genetiche che l’hanno resa più idonea all’ingrasso per la produzione di carne.

Molto prima di raggiungere Ippoasi come rifugiata, e di sperimentare sprazzi di possibilità e di espressione, si era già salvata dal destino in comune con la totalità delle sue simili per una serie di fortuite coincidenze. Per alcuni anni, troppi, aveva vissuto in una struttura dalla quale poi però è stato necessario allontanarla, a seguito di uno sforzo enorme da parte di alcune volontarie che ne hanno seguito il sequestro e il trasferimento.

Senza entrare nel merito dell’urgenza di imparare a sviluppare una coscienza politica radicale che permetta di distinguere e riconoscere le caratteristiche paradigmatiche che differenziano un luogo di cura da uno di sfruttamento (o di noncuranza), crediamo che raccontare di Penelope e della sua fatica di trovare il proprio spazio al rifugio, e del periodo difficile che sta vivendo oggi, sia fondamentale.

Ricordare che i rifugi per animali liberi non sono esenti da complessità e contraddizioni, che fare i conti con la libertà e riacquistare l’autodeterminazione è a tratti spaventoso per chi approda qui, è veramente importante per poter costruire narrazioni obiettive e oneste che abbiano come protagonisti proprio loro, gli animali.

Caricare Penelope sul furgone che utilizziamo come trasportatori di animali liberi, ormai un anno fa, è stato incredibile: sia lei che Allegra, l’altra maialona con cui è arrivata, sono letteralmente salite da sole sul mezzo. Un miracolo vero e proprio, visto che la maggior parte delle volte succede il contrario, e cioè che dobbiamo agire forzature e prodigarci con tenacia e pazienza.

Sin dai primi giorni di vita ad Ippoasi, il corpo di Penelope ha cominciato a comunicare tutta la sua stanchezza e a dare i segni del tempo precedentemente trascorso in un ambiente deprivante, totalmente inadatto alla sua natura, facendole pagare lo scotto di tanti anni passati a nutrirsi in modo inadeguato, senza poter mai muoversi se non nei pochissimi metri quadrati del suo recinto.

Quella stessa selezione genetica che l’aveva perfezionata allo sfruttamento, rendendola “così perfetta e così utile”, si è ovviamente rivelata in tutta la sua inesorabile crudeltà.

Per mesi e mesi abbiamo medicato le ferite degli scontri con gli altri abitanti cinghiali e suini, e abbiamo vegliato sulle sue interazioni sociali, scoprendola molto carismatica e testarda, poco incline alla sottomissione. Le abbiamo somministrato integrazioni alimentari e doppie razioni di frutta, verdura fresca e di pellettato apposito, per aiutarla a prendere peso e a rigenerarsi fisicamente.

Penelope ha sin da subito dovuto fare i conti con difficoltà deambulatorie, artrosi cronicizzata e acciacchi sparsi.

Tutti causati dalle condizioni in cui aveva vissuto prima di Ippoasi, ma anche dalla sua età: ormai ha superato di gran lunga quella alla quale le soggettività della sua specie sono usualmente destinate alla macellazione.

Non è previsto che una suina rosa sopravviva alla sua data di scadenza.

Oggi Penelope esperisce il privilegio doloroso della vecchiaia, che è arrivata tutta insieme in una settimana del caldo più terribile degli ultimi anni: è peggiorata radicalmente, arrivando a non alzarsi più senza il nostro aiuto per via di una grave condizione di affaticamento spinale.

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Siamo avvezze a prenderci cura di corpi rotti come il suo, e abbiamo accompagnato tante altre amiche in questa fase. L’esperienza sul campo insegna come agire e, a volte, anche il supporto professionale di alcuni veterinari che si prodigano per sostenere il nostro lavoro nonostante le prospettive a tratti profondamente opposte.

Penelope è quindi sotto costante osservazione, trattata con terapie farmacologiche e antidolorifiche, supportata con vitamine e attenzioni precise e costanti durante tutto l’arco della giornata. L’ambiente del rifugio è strutturato appositamente per garantirle pace e frescura, abbastanza spazio per muoversi comodamente e un punto fangoso molto ampio per permettere a tutti di fare bagni che salvano letteralmente la vita. I maiali, per chi non lo sapesse, non possono sudare: sono sprovvisti di ghiandole sudoripare e si rotolano nel fango per creare uno strato protettivo che permetta la termoregolazione del corpo.

Penelope resiste, desidera gioia e quiete.

Non è sola e non lo sarà mai.

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Dobbiamo acquistare farmaci, presidi sanitari, cibo adatto alle sue necessità.

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