Quando muore una gallina

Quando muore una gallina il suono della sua assenza sembra più sordo di quelli degli altri, persino da qui.

Galadriel ed Emma Goldman zampettavano in un minuscolo oceano di vita, in mezzo a decine di corpicini esili ma potenti come il loro. Hanno lasciato tracce sparse dappertutto, dentro e fuori di noi, a dimostrazione che ogni vita conta, a prescindere dallo spazio che occupi la persona che la abita.

L’estate degli albori della fine del mondo, questa estate, ha mietuto vittime anche al rifugio. Poche, ma che cosa importa?

Che cosa è poco, quando la statistica riguarda individui e respiro? Quando il pensiero costante che ci accompagna, giorno dopo giorno, è che faremmo qualsiasi cosa pur di non lasciare indietro nessun?

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Penelope è morta: il vuoto della sua scomparsa fa rumore. Il suo fisico ammaccato e spezzato dal tempo e dall’incuria prima di noi occupa la memoria collettiva con prepotenza.

Che cosa dire di Galadriel ed Emma Goldman? Loro erano galline: piccole piccole, alcune tra tante, spigolose nella loro magrezza eccezionale e allarmante. Da quando mancano, il coro di canti e schiamazzi nel pollaio è meno intenso. Il loro chiocciare allegro e spensierato è venuto meno.

Sentire nostalgia di chi abbiamo amato è ineluttabile, amare, qui, significa prendersi cura, fino all’ultimo respiro.

Galadriel ha trascorso alcuni degli ultimi giorni della sua esistenza a casa con noi, dove è stata sottoposta a cure specifiche e a sedute di aerosol per aiutarla nella sua grave difficoltà respiratoria. Come fanno tutte quando passano un po’ di tempo qui, dopo poco si è fatta coraggio e ha cominciato ad esplorare le stanze e gli ambienti esterni, trovando riparo dalla calura pomeridiana in anfratti insoliti o appollaiandosi in alto, su qualche mobile o stendino inaspettato.

Ci avevamo sperato, che migliorasse e alla fine guarisse: vedere il mondo con gli occhi di una piccola persona come lei fa sembrare i miracoli cosa possibile.

Emma Goldman, invece, veniva tanto spesso a interagire con le nostre mani e a becchettarci i piedi, manifestando così la sua esistenza fremente.

Il sollievo finale, in fondo, è che non sono il nostro sguardo, la nostra malinconia, il nostro lutto, a rendere più intense, più degne, più valide le vite degli altri animali: sono loro, sempre e solo loro.

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Dietro la cura c'è un villaggio.

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