Sento la tua paura
“[…]né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.”
Con queste poche, dolcemente strazianti parole, Montale ci ricorda che esiste un mondo altro e impalpabile che sfugge alla vista, il senso che più caratterizza le interazioni della nostra specie.
In quel mondo (che è poi questo mondo) accadono moltissime cose, che sfuggono alla nostra percezione cosciente ma che inevitabilmente finiscono per modificare e plasmare la realtà nella quale ci muoviamo.
Tutti i sensi e gli ingranaggi fisiologici emersi dal mare iperuranico dell’evoluzione concorrono non solo alla nostra esperienza della realtà, ma alla sua diretta modifica intervenendo costantemente nelle interazioni con tutti gli individui coi quali interagiamo.
È così che l’olfatto, un senso generalmente sviluppatissimo nei mammiferi, nella nostra specie è andato sbiadendo in favore di altre capacità percettive che si sono acuite (come, appunto, la vista). Ma come può determinare le nostre interazioni sociali?
Alcune ricerche indicherebbero come l’attrazione fisica per i nostri conspecifici possa passare dall’odore di chi ha un sistema immunitario diverso dal nostro, ed esiste una nutrita letteratura sul collegamento tra olfatto e attrazione sessuale nella nostra specie, ma è sulle interazione interspecifiche sulle quali ci vogliamo soffermare in questo spazio.
Il nucleo dei veri e propri fondatori dell’Ippoasi è composto dai cavalli che precedentemente erano sfruttati per le loro qualità fisiche, così preziose nel mondo ippico, così tragicamente fondamentali per il vezzo ludico e vanaglorioso della nostra specie, che determina per questi meravigliosi animali una vita costretta tra briglie e box delle scuderie, per poi finire con un proiettile metallico nel cranio quando queste abilità fisiche vanno sbiadendo sotto il peso degli anni trascorsi in prigionia.
Mirtillo, Gorilla, Natalia, Liù, Corallo, Sing Song, Lola non dimenticano la schiavitù che la nostra specie ha imposto loro. Non la dimenticano, ma la nostra specie, in fondo, l’hanno perdonata, e ci concedono di convivere in pace con loro, nelle cure quotidiane che gli prestiamo.
Io non ho mai amato i cavalli, non ho mai interagito con loro nella mia vita di attivista antispecista, non ho mai provato fascinazione nei loro confronti, e ho sempre avuto paura di loro, con in mente ancora le raccomandazioni degli adulti che nella mia infanzia evocavano calci mortali rifilati all’improvviso e senza motivo alcuno a chiunque fosse così sprovveduto da avvicinarsi a un cavallo senza esserne il legittimo proprietario/cavaliere/sfruttatore/aguzzino, calmi e gestibili solo quando opportunamente contenuti, imbrigliati, paraocchiati, e costretti.
Quando sono arrivata ad Ippoasi, sono gli ultimi animali coi quali ho cominciato ad avere a che fare, e sempre con una malcelata ansia e diffidenza. Le mie interazioni con loro erano disastrose. Con me sembravano essere sempre nervosi, scattosi, imprevedibili.
Le cose sono cambiate quando una mia cara amica, avvezza fin da piccola all’interazione coi cavalli, si è messa in testa di farmi passare la mia paura per questi animali. Non ci volle molto, solo una passeggiata in un pratone verde che mi vide osservare Natalia passare da impietrita e inaccessibile fiera, a eccitata e felicissima cavallina scemetta, entusiasta di godersi erbetta fresca. Passata la paura, ogni interazione si fece semplice, e portatrice di una relazione quieta e intensa che ho il privilegio di assaporare ogni volta che mi trovo ad accompagnare qualcuno di loro nel recinto integrazioni per la loro razione extra di cibo, o tutte le volte che ho applicato il collirio al dolcissimo Mirtillo.
La mia spiegazione, tutta autoriferita, è che a cambiare è stata solo la mia percezione e il mio sguardo.
Cosa possibilissima.
Ma è interessante notare come una recente ricerca abbia dimostrato come i cavalli esposti all’odore di persone che hanno paura mostrano segnali di stress e allarme e hanno meno propensione ad interagire con individui della nostra specie. L’esposizione era solo all’odore e non ad alcun tipo di persona in carne ed ossa.
Un rimando così antico e primordiale a quel mondo che non è solo “quello che si vede” in cui gli animali, tutti, vivono costantemente immersi.
Un mondo nel quale siamo agenti attivi e anche passivi, che lo vogliamo o meno, e nel quale abbiamo il dovere morale, in quanto “caregiver”, di muoverci con la maggiore responsabilità possibile.
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