Le capre ci osservano

La ricerca etologica, da sempre, accende la curiosità della nostra specie. Ogni persona attribuisce alle informazioni che ci arrivano da questo ambito una valenza individuale: c’è chi le tratta come mere curiosità puntuali da condividere alla macchinetta del caffè, chi come uno strumento per nutrire un’idea di “umanizzazione” degli animali, chi le usa per costruirsi una carriera accademica, chi le usa per tentare di scrutare più approfonditamente in quegli occhi tanto enigmatici quanto pronti a disvelare un mondo complesso e, sostanzialmente, insondabile.

Quale sia l’approccio a queste informazioni, verrebbe da chiedersi cosa farsene, collettivamente e socialmente, di un corpus sempre maggiore di ricerche che mette in luce una complessità fino a pochi anni fa inimmaginabile (o, più propriamente, sistematicamente ignorata per tenere in piedi il sistema di produzione specista).

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Perché il complesso di ricerche che ci parla dell’empatia degli animali, della loro capacità di proiettarsi nel futuro, di stringere legami sociali complessissimi e in eterno mutamento, di possedere una “Teoria delle mente” (ossia, in poche parole, la capacità di valutare le situazioni sociali in base alle informazioni che si sa essere in possesso di un altro individuo, sottintendendo così capacità mentali da sempre attribuite esclusivamente alla nostra specie) non causa un terremoto sociale? Perché la stragrande maggioranza di queste informazioni fatica ad uscire da simposi accademici? Perché, quelle informazioni, non fanno imporre una moratoria immediata sugli allevamenti, la sperimentazione animale, il complesso alimentare-industriale in toto che dalla prigionia e il corpo animale estrae plusvalore e profitto? La domanda merita di essere indagata, ma non lo faremo in questo momento.

In questo spazio vorremmo condividere alcune di queste informazioni – ricerche etologiche – che misurano, saggiano, descrivono comportamenti che sono assolutamente palesi e percepibili vivendo insieme agli animali e relazionandosi con loro ogni giorno ma da descrivere scientificamente presentano un ostacolo spesso insormontabile: se osservo, sospetto, percepisco un determinato comportamento di un animale, come posso verificare e misurare quel comportamento mettendone in luce anche la motivazione e la spiegazione alla base, indagando i “4 perché” definiti da Niko Tinbergen nel secolo scorso? In questo interviene l’inventiva umana, con uno degli aspetti più curiosi e appassionanti dell’etologia: il design di esperimenti specifici che possano escludere ogni altra spiegazione possibile.

Oggi parliamo delle capre, buffe, caparbie, atletiche e sagge presenze del Grande Recinto e del Lazzaretto di Ippoasi.

Non è comune che le capre finiscano sotto la lente di ingrandimento etologica: solitamente questa è riservata a categorie  tassonomiche più “affascinanti” come i primati, più accessibili, come i volatili, considerate d’affezione, come cani o cavalli, o più remunerative da sfruttare, come maiali e mucche. Le motivazioni di questo bias sono tutte interne al mondo accademico, ma è molto bello leggere qualcosa anche di capre e pecore, solitamente sempre ai margini della “nostra” considerazione.

Due ricerche, nello specifico, hanno catturato la nostra attenzione: questa, che ha dimostrato come le capre risolvano problemi spaziali più facilmente dopo aver osservato un essere umano risolverli, e questa, che ha messo in luce come le capre siano in grado di distinguere le espressioni facciali umane e mostrano una preferenza per le espressioni associate a stati emotivi positivi.

Le implicazioni sono molteplici: è bene ricordare che, a differenza di animali addomesticati in virtù della relazione intessuta con la nostra specie, come cani e cavalli, non c’è stato nessun tipo di pressione selettiva alla comprensione degli “indizi sociali” da parte delle capre verso la nostra specie: è semplicemente un’abilità che posseggono e che utilizzano a loro vantaggio.

Il fatto che siano in grado di apprendere socialmente osservando membri della nostra specie risolvere problemi indica che sono in grado di immedesimarsi in noi, imitarci, raccogliere silenziosamente delle informazioni e utilizzarle come meglio credono.

Che poi distinguano le nostre espressioni facciali e ci preferiscano quando siamo contente, è un monito costante: abbiamo a che fare con soggetti dotati di agentività, preferenze, che meritano di relazionarsi con persone in uno stato emotivo positivo e accogliente: più spesso che no le capre che abitano i rifugi hanno un passato traumatico in cui le interazioni con membri della nostra specie è stato mediato da sottrazione di infanti appena nati, percosse,  sevizie, separazioni arbitrarie di individui amici, e innumerevoli orrori sui quali è bene non soffermarsi troppo ma averli sempre ben presenti. È il caso di Cisco, maschio riproduttore di un allevamento “etico” che viveva confinato in un container e vedeva ogni interazione con la nostra specie mediata da bastonate, o il caso di Gianna, che dopo chissà quanti figli si è vista sgozzare davanti agli occhi, ha deciso di tentare il tutto per tutto e fuggire, a pochi giorni dal parto che ha visto venire al mondo Black Philippa e Belzebé.

Che siano proprio le espressioni facciali umane, poi, ad essere colte dalle capre ha delle implicazioni neurologiche ancora non del tutto comprese (e forse incomprensibili) che non abbiamo spazio per sviluppare qui ma che ci permettono di gettare il riflesso di uno sguardo su quel mare profondo, oscuro, misterioso e insondabile che è la cognizione degli animali non umani.

Sono informazioni sconvolgenti? No. Chiunque abbia avuto a che fare nella propria vita con capre rifugiate queste cose le sa benissimo. quante volte aspettano il momento giusto in cui per noi è più difficile chiudere tempestivamente il cancello del tunnel del fieno in modo da infilarcisi di soppiatto (sto parlando di te, Palle!)? Quante volte girano alla larga quando ci vedono con gli strumenti necessari a sagomare le loro unghie che crescono troppo velocemente sul nostro terreno pianeggiante? Quante volte si presentano durante le visite guidate con il preciso obiettivo di godersi una sana dose di attenzioni e grattini (parlo di te, Cisco!)? Scelgono il gruppo giusto per riposarsi preferendo la compagnia di animali più tranquilli (l’adorabile Gina che passa il suo tempo con le pecore), e il momento giusto per mangiare alla mangiatoia condividendo spazio e fieno con le mucche (la minuscola e adorabile Sasha che condivide sempre il fieno con il bue Ercolino).

Quello che è sconvolgente è che finalmente anche il mondo scientifico se ne accorge.

E quello che è ancora più sconvolgente è che queste informazioni, come dicevamo poco sopra, non scuotano le coscienze di chi, da un posizionamento specista, vi incappa.

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