Echidna. La morte come spazio di possibilità
Echidna aveva un corpo piuttosto massiccio, tutto arruffato di piume, tranne che sul collo, dove era nuda: la sua razza è stata selezionata per la produzione di uova, ma anche di carne. Il becco, negli ultimi anni, cresceva in fretta e si arcuava verso il basso, costringendoci a limarlo per aiutarla a nutrirsi comodamente. Scherzando tra noi, la raccontavamo sempre come una nonnetta immortale, di quelle che resistono un po’ a tutti i cambiamenti e che guardano dipartite e allontanamenti precoci dall’alto della loro tenacia di vivere.
Echidna è stata così: testimone di anni lunghi e intensi, silenziosa ma profondamente presente e vigorosa. Da tempo la sua piccola grande casa era il pollaio del lazzaretto, dove razzolava con la sua lentezza serena, alla ricerca di cibo e ombra, in compagnia di altri corpi anziani, rotti o affaticati. L’immagine che ci resta di lei è proprio nel recintino che amava tanto, mezza addormentata al sole, tutta rannicchiata su sé stessa a prendere il sole con il canto degli uccellini a incorniciare il tempo.
La verità, però, è che l’esistenza di Echidna è stata costellata di tantissimi momenti diversi, nel grande Chicken Village dove è approdata nel 2016, da un pollaio contadino dove non era considerata per la sua unicità ma solo per la capacità riproduttiva del suo essere nata in un involucro femminilizzato.
Lì ci ha vissuto insieme a tantissime amiche, che si sono susseguite e che ancora abitano quello spazio. Ha fatto bagni di terra fresca e profumata, mangiato tantissime delle uova che rompiamo a terra quando le troviamo nelle casette, gustato insalata fresca e spiedini di frutta succosa. Ha dormito sonni tranquilli mentre la pioggia sferzava il legno delle sue casette, tutta vicina vicina alle altre.
Come ogni abitante del rifugio, è stata vista, riconosciuta, monitorata, osservata, curata. Quando è stato necessario è stata maneggiata, controllata, medicata. Si è ferita, ammalata, poi è guarita.
Echidna, alla fine, è morta. Sembrava impossibile, ma è successo anche a lei. Lo sapevamo già. La conosciamo troppo bene. Prima della fine, aveva avuto una breve ripresa, ed è stato bellissimo: quando abbiamo scoperto la definitiva presenza di una massa tumorale nel condotto ovarico, abbiamo voluto provarci e abbiamo tentato un intervento per salvarle la vita, come spesso accade.
La morte, in un rifugio, è un momento epocale. E’ degna di essere abitata, è un atto di impoteramento, in un mondo in cui quelle di queste soggettività vengono cancellate, accelerate, industrializzate. Diventa essa stessa uno spazio di possibilità, l’ultimo. Il privilegio di una fine non estrattiva.
Echidna è un corpo, fatto di sangue e muscoli, di organi, di connessioni neurali, che ha attraversato la vecchiaia. Una gallina, un animale usualmente sfruttato, a cui normalmente non viene concessa biografia.
Ippoasi è un rifugio, lo spazio della salvezza e della cura, dove finalmente è possibile morire diversamente, come persona.
La morte diventa lutto, e non trasformazione in prodotto. Celebrazione, non sparizione e smembramento.
Echidna è morta. Non la dimenticheremo mai, nemmeno lei.